Ben Tibbetts: Into the Beauty

photo © Cresta Sud alla Dent Blanche

di Ercole Giammarco

 

Ben Tibbets è un uomo che a 37 anni ne ha fatte più di quante una intera scuola di guide alpine in mezzo secolo. Ha scalato tutti i Quattromila delle Alpi (sono 82…); ha sciato in solitaria nei deserti di neve della Groenlandia orientale, in lande che non avevano mai visto neanche l’impronta di una scarpa Innuit.

A poco più di vent’anni ha guidato per oltre dodici mesi una spedizione scientifica governativa del British Antarctic Survey. E un paio di anni fa con un amico ha attraversato tutto il massiccio del Monte Bianco in 32 ore invece che in sette giorni.

Ben è nato in Gran Bretagna, e la cosa non ci meraviglia: quel Paese riesce a tirare fuori uomini che mettono insieme spirito di avventura, cultura, sensibilità estetica e rigore manageriale in un impasto dal quale sono nati tipi come James Cook, David Livingstone, Henry Shackleton, Robert Falcon Scott…

 

Nell’outdoor quest’uomo ci è nato, con la madre che gestiva una fattoria biologica e  il padre selvicoltore e quindi non stupisce che già da ragazzino abbia iniziato a frequentare palestre di arrampicata e a temprarsi sulle cime dei Munro. Più insolito è che, contemporaneamente, abbia iniziato a studiare le cosiddette Belle Arti a Edimburgo, prima come pittore e poi come fotografo.

Ecco la seconda parte della vita di Ben Tibbetts (come se non bastasse la prima): un grande fotografo di montagna, di avventure, di paesaggi.

Cresta Nord al Zinalrothorn 

L’estate scorsa è uscito un suo libro, Alpenglow, the Finest Climbs on the 4000m Peaks of the Alps, un coffee table book di 320 pagine che riassume molto bene il personaggio: fotografie di montagne (ma soprattutto di uomini che arrampicano montagne) di una bellezza accecante e, insieme, descrizioni tecniche delle vie, dei livelli di difficoltà, scritte da chi quelle cose non se le è fatte raccontare ma le ha imparate in presa diretta.  

Per scrivere questo libro non si è  arrampicato  solo su alcune delle cime più importanti, ma ha trascorso quasi 9 mesi anche ad arrampicarsi fra scaffali di archivi e biblioteche per ricostruire la storia di queste vie.

 

Il libro ci è arrivato dalle mani di Alessandra, con dedica dell’autore a lei (wow!), che lo ha conosciuto al Banff Mountain Film Festival in Canada, lo scorso autunno. Lo abbiamo sfogliato prima con avidità, poi con grande piacere, poi ancora con  curiosità, perchè quelle immagini ci sembravano avere una cifra particolare, un sapore che le allontanava dalla maggior parte delle altre foto di montagna. Ma cosa? Sorseggiando il terzo bicchiere di vino ci siamo arrivati. Ben Tibbetts ama l’avventura, l’adrenalina del rischio calcolato, ma non le narrazioni eroiche, romantiche del rapporto dell’uomo con la montagna. Per lui le grandi cime sono ambienti familiari, amichevoli. Non luoghi da conquistare o l’occasione di una sfida estrema con se stessi ma un posto dove spassarsela, un paesaggio che riverbera il piacere di vivere e non le ombre di oscuri dialoghi con se stessi. Se ci abbiamo beccato abbiamo voluto chiederlo direttamente a lui.

Ben, in Alpenglow le montagne che fotografi sono giganti immensi, potenti. Ma sono giganti gentili, da rispettare ma di cui non aver paura. Nei tuoi scatti sembra che le montagne ti accolgano con simpatia dentro la loro immensità piuttosto che ostacolarti e far sentire la loro incommensurabile distanza da tutto ciò che è umano. È un modo di raccontare per immagini il tuo rapporto con le cime?

Il mio rapporto con la montagna è maturato mentre diventavo adulto, e con la pratica acquisivo sempre più esperienza. Da ragazzo sono stato “spavaldo” e per questo ho corso molti rischi e sfiorato diversi “incidenti”. Adesso so che il rispetto per la montagna è anche rispetto per se stessi.

Esiste una relazione fra il tuo occhio fotografico e la mappa mentale delle vie d’alta quota che stai per percorrere? O invece è il tuo sguardo di alpinista che influenza il tuo modo di fotografare?

I percorsi dei miei viaggi e delle mie arrampicate sono di fatto subordinati al “quando“ e al “come“ potrei ottenere foto stimolanti e belle. Ho speso giornate intere alla ricerca della luce giusta, o ad aspettare il momento preciso in cui avrebbe illuminato una particolare vetta, e spesso, quella vetta, la scalo più volte fino ad ottenere esattamente la foto che mi sono immaginato.

L’occasione di intervistarti è troppo ghiotta per non farti un paio di  domande completamente fuori traccia (ma non resistiamo): quali sono i libri di montagna che più hai amato?

Im extremen Fels di Pause Winkler è stato il primo libro di foto e storie interessanti che mi ha ispirato e continua a farlo.
Anche Himalaya Alpine Style di A. Fanshawe e S. Venables è per me un libro di riferimento, anche se penso rimarrà un punto di riferimento ideale… perché non penso di avere  lo stomaco per ripetere personalmente molte di quelle vie estreme himalayane.

Cresta Kuffner al Monte Maudit