Pirati (al pesto)

photo © Porto Venere , Cinque Terre

di Ercole Giammarco

“Due sono i mondi in cui gli uomini si ritrovano messi a nudo, tutte le facciate spariscono, in modo che è possibile vedere il loro nocciolo duro. Il primo è il campo di battaglia; l’altro è la prigione”

Edward Bunker

 

Quando parliamo di corsari e pirati immaginiamo atmosfere antillane, isole vergini perse nell’Oceano e, per chi ha letto Salgari, selvagge foreste malesiane. Insomma, un pirata che dica belìn proprio non ce lo immaginiamo. Eppure…

Eppure in Liguria un pirata c’era, e di quelli tosti: Giovan Battista Cavigioli, nome di battaglia  Bacicio do Tin (non chiedetemi cosa voglia dire). La sua incredibile storia è raccontata da Alberto Cavanna, in un libro edito da Mursia vent’anni fa e appena ripubblicato Bacicio do Tin. Corsaro dell’imperatore e pirata in Alto Tirreno.

Giovan Battista nasce a Portovenere nel 1785, da una famiglia di marinai che lo portano in mare a lavorare da quando aveva otto anni. Impara tutto del Mar Ligure e del golfo di La Spezia che alla fine del XVIII secolo era un po’ la terra di nessuno, dove i piemontesi si contendono lo sbocco sul mare con i genovesi e dove inglesi e francesi se le danno di santa ragione.

Era un ragazzotto goffo, introverso, scorbutico ma dimostra subito che in fatto di navi e di mare è un tipo sveglio. Ancora bambino impara a conoscere ogni anfratto di costa, chiama per nome ogni vento e refolo del Tirreno. E ruba, lavorando nei cantieri, i segreti degli scafi fatti veramente bene.

Isola di Palmaria

Nel 1800 il gozzo di famiglia viene attaccato e affondato da una fregata inglese. Muoiono tutti, ma lui, dodicenne, sopravvive, errore che agli inglesi costerà molto caro. Durante la sua futura carriera di corsaro, al soldo di Napoleone, Bacicio preda 43 navi dell’impero britannico, e causerà la morte di 1035 soldati.

Napoleone in quegli anni recluta ovunque navi e marinai per contrastare l’azione delle flotte inglesi e impiega poco a notare e coinvolgere quell’ombroso e geniale ragazzotto, le cui doti di marinaio e carpentiere erano già diventate note in tutta la Liguria.

I grandi Stati nazionali in quel periodo “era risaputo che proteggessero o finanziassero più o meno apertamente il naviglio corsaro: i francesi contro inglesi e Savoia, i Savoia contro genovesi e francesi, i genovesi contro chiunque purché qualcuno pagasse; gli inglesi contro tutti (nel rispetto della libertà del mercato)”.

E così, assieme al Giastéma, uno spezzino che gli rimane amico e compagno di ventura per il resto della vita, comincia il cursum honorum corsaro al soldo dei francesi su uno sciabecco dalle linee filanti e aggressive in cerca di conquiste nel Mare Nostrum, da Napoli alla Corsica, da Marsiglia alle Baleari e più in là, oltre le colonne d’Ercole, in Atlantico, combattendo le navi della Union Jack e quelle portoghesi, e depredando i mercantili di supporto alla marina militare britannica.

Presto l’intelligenza del Nostro e le sue straordinarie capacità marinaresche lo posizionano fra gli “irregolari” più stimati della flotta napoleonica, portandolo a combattere nella battaglia marina più famosa dell’epoca moderna, la battaglia di Trafalgar.

In quell’occasione l’Inghilterra dimostrò alla Francia l’inattaccabilità della sua supremazia marittima. I francesi persero ventidue navi, gli inglesi nessuna.

Non sappiamo se Bacicio vide l’Ammiraglio Nelson (che in quella battaglia perse la vita), ma la morte negli occhi la vide di sicuro: fu ferito a una mano e miracolosamente tratto in salvo, più fortunato di tutti i suoi compagni di equipaggio, e di buona parte dei marinai della flotta franco-spagnola. Aveva appena vent’anni.

Due anni dopo, finanziandosi con piccole scorrerie e con l’aiuto dei funzionari napoleonici, arma la Lanpo, legno divenuto leggendario assieme al suo comandante e che resterà legato al suo nome fino alla fine di entrambi.

48 metri fuori tutto, 2,55 metri di pescaggio, un baglio di poco più di 8 metri ed una superficie velica di quasi 700 metri quadri, con un albero maestro alto più di 22 metri. Il nome Lanpo la dice lunga sulla velocità e versatilità di quella barca.

Sciabecco a vela Lanpo

Il profilo psicologico del personaggio è già chiaro: intelligenza superiore, talento per una vita vissuta e non riflettuta (cioè, intelligentissimo ma non intellettuale), capacità di navigare dentro al suo destino senza illudersi di poterlo pianificare ma con la volontà ferrea di non perdere un goccio del succo pieno della vita.

Di porto in porto, fra guerre e viaggi in Mediterraneo e in Atlantico, Bacicio scrive pagine di avventura eccezionali, fatte di vittorie miracolose, astuzie e strategie che diventano leggendarie (e che il libro ricostruisce con una maniacale precisione, basandosi su fonti dell’epoca).

Lo stesso Napoleone ne è ammirato, e lo avrebbe nominato Ammiraglio della flotta del Mediterraneo se i suoi consiglieri, credo opportunamente, non lo avessero fatto desistere: Bacicio era un uomo di mare eccezionale ma non aveva le caratteristiche politiche di mediazione e riflessività che il capo di un esercito deve avere.

Era fatto per combattere, per vivere intensamente e drogarsi di adrenalina, non per comandare.

Non diventa ammiraglio, ma Il 20 aprile 1809 diventa Conte per Decreto Imperiale: “Son Excellence Jean Baptiste de Cavisol, Premier Comte du Rhin, Capitaine de la Marine Imperiale et Corsaire de Sa Majestè Napoleòn I, Empereur des Françaises”.  

Aveva 29 anni, ed era diventato già cosi ricco con le sue scorrerie da potersi permettere l’acquisto dell’isola del Tino, al largo di porto Venere.

La ricchezza può diventare un veleno per le anime randagie, che non trovano più, nell’opulenza, le ragioni del proprio vagabondare. E infatti Bacicio non si gode le sue fortune, e non interrompe le sue scorrerie ma, dopo la disfatta dell’impero napoleonico, continua a farle non più al servizio di uno Stato, ma per conto suo. Era un mercenario, diventa un bandito (infatti il popolo comincia a chiamarlo “Bacicio o ladrùn”).

Secondo le stime presentate dall’accusa al processo che si svolte nel 1817 a Genova, predò 86 bastimenti di varia nazionalità e dimensione, uccidendo 575 civili.

La sua folle corsa si interrompe il 24 dicembre 1816: dopo tre settimane di inseguimenti la Lanpo viene affondata davanti alla costa di La Spezia. Bacicio fu arrestato e impiccato la mattina del 9 marzo 1817 a Portovenere.

Ma chi era Bacicio? Sostanzialmente, un anarchico, se diamo al termine il significato che gli dà un altro grande ligure, Fabrizio De Andrè, “l’anarchia, prima ancora che un’appartenenza, è un modo di essere”, essere fuori dalle leggi sociali, fuori dal coro delle pecore tutte ordinate ma tutte uguali. Non perdere tempo a chiedersi perché si sta al mondo ma mangiarselo, il mondo, a morsi, contro tutto e contro tutti, fino a perdersi.

Perché se pensi di importi al mondo e alle sue regole sarai pure un grande, ma perdi. Sempre.

Chi lo avesse incontrato nei suoi ultimi anni di vita difficilmente avrebbe riconosciuto in lui il ragazzo goffo, vivace e curioso dei tempi del gozzo genovese di famiglia. Aveva un viso segnato dalle scelleratezze che commise per sfuggire alle autorità, per mantenere le sue ricchezze. Ingrassato, sciatto e trasandato: silenzioso e sornione, diffidente di tutti e sempre ubriaco. Ricercato dalla polizia di 6 nazioni.

Il pirata Bacicio ha perso la sua sfida con la vita, come tutti coloro che sfidano la vita e le sue regole. Ma nella sua sconfitta c’è tutta la strana bellezza della sua ribellione e di un’esistenza vissuta in versi, e non in prosa.

Copertina Bacicio do Tin, Mursia Editore e copia del libro di bordo dello sciabecco a vela Lanpo